Omelia del Cardinale Pizzaballa nella Solennità di San Giacomo

Cari fratelli e sorelle in Cristo nostro Signore,
Amati figli e figlie della Chiesa, che portate l'eredità israeliana come parte viva e inseparabile della vostra identità cristiana:
Ci riuniamo oggi per celebrare la Cena del Signore nella Città Santa di Gerusalemme, Madre delle Chiese, il luogo in cui è nata la nostra fede e dove, per la prima volta, donne e uomini hanno testimoniato che Gesù, crocifisso, è il Signore risorto. Qui ogni pietra porta con sé promessa e ferita; qui la storia della salvezza e la storia della Chiesa si intrecciano in un modo che non si trova altrove.
Settant'anni fa, questo Vicariato fu fondato, allora conosciuto come "Opera di Giacomo", dal nome del primo vescovo che oggi ricordiamo. Settant'anni: l'arco di una generazione, un tempo di fedeltà e di perseveranza nelle prove; un tempo che richiama il settimo giorno della creazione e si apre all'ottavo giorno, il giorno della risurrezione. Non stiamo semplicemente celebrando un giubileo, ma un cammino ecclesiale di fedeltà che è cresciuto nel cuore della Chiesa di Gerusalemme e serve l'intera Chiesa universale.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci riporta agli inizi del cammino della Chiesa, a quel luogo in cui essa ha imparato a non chiudersi in se stessa, a non spezzarsi né dividersi, ma a ricercare l'unità senza rinunciare alla verità.
Negli Atti degli Apostoli, incontriamo la Chiesa in un momento particolarmente delicato. La questione in gioco è tutt'altro che secondaria: chi può appartenere alla comunità dei credenti in Cristo e attraverso quale via?
Gli apostoli e gli anziani si riuniscono. La Chiesa discerne e riflette come comunità. Non affida la decisione a pochi, non impone dall'alto e non fugge dal disaccordo. Accetta lo sforzo richiesto dall'incontro, come un atto ecclesiale.
Giacomo, fratello del Signore e primo vescovo della Chiesa di Gerusalemme, prende la parola non come arbitro esterno, ma come custode dell'unità: «Non dobbiamo ostacolare i pagani che si convertono a Dio» (At 15,19). Le sue parole non aboliscono le differenze, non cancellano Israele e non riducono l'alleanza a qualcosa di relativo, ma impediscono che le differenze diventino una barriera all'interno della comunità.
Il Vicariato dei Cattolici di lingua ebraica nasce e vive proprio da questa logica: come missione unica al servizio dell'unità della Chiesa; come segno che la cattolicità non è uniformità, ma una vera comunione di storie diverse riunite attorno a Gesù.
Settant'anni di vita del Vicariato sono stati una pratica quotidiana di autentica vita ecclesiale: tradurre, accompagnare, ascoltare, servire. Non per costruire una Chiesa "diversa", ma per costruire, dall'interno, l'unica Chiesa di Gesù, a Gerusalemme, in Israele, in Terra Santa.
Giacomo il Giusto conosce la fragilità dell'unità. Sa che anche all'interno della Chiesa si può credere senza amare, annunciare senza servire. Eppure la vera unità nasce quando la fede acconsente a essere messa alla prova dalla storia.
E qui, la Parola di Dio si rivolge direttamente alla Chiesa vivente di Gerusalemme.
La Chiesa in questa terra è necessariamente multiforme: lingue diverse, riti diversi, storie diverse, sensibilità diverse e origini diverse. Questa pluralità è una benedizione, ma anche una tentazione costante: vivere come isole separate, ciascuna preoccupata della propria conservazione. Ma la Chiesa non è un arcipelago; è un solo Corpo.
Abbracciare la tensione dell'unità non è un problema da risolvere, ma una vocazione da vivere. Fuggire da essa significa impoverire la Chiesa; rimanervi significa partecipare alla sua forma più autentica.
Il Vicariato ricorda a tutta la Chiesa di Gerusalemme che l'unità si costruisce attraverso un legame vivo, anche quando ciò comporta un costo. La comunità non è una zona di comfort; è un luogo di incontro con il Risorto, che apre i nostri cuori alla vera vita.
Qui a Gerusalemme, riunirsi per una singola preghiera ha un costo quando lingue e riti sono così diversi e a volte così distanti tra loro. Ascoltare la storia dell'altro ha un costo, perché ogni comunità porta con sé le proprie ferite, i propri ricordi e le proprie paure. Accettare che l'altro, anche chi parla una lingua diversa e proviene da una storia diversa, possa insegnarmi qualcosa su come seguire Gesù, ha un costo.
Per settant'anni, il Vicariato non si è sottratto a questo prezzo. Lo ha sopportato giorno dopo giorno, non per eroismo, ma come semplice modo di amare Cristo. Senza trionfalismo, senza nascondere le difficoltà, semplicemente rimanendo fedele a Lui.
Il Vangelo ci offre l'immagine decisiva: la casa costruita sulla roccia. Non un'abitazione privata, ma una casa di comunità, che resiste salda alle tempeste della storia.
Quante tempeste si sono abbattute su questa Chiesa negli ultimi settant'anni? Eppure, ciò che le ha permesso di resistere non è stata una strategia ecclesiastica, ma un unico fondamento: Gesù.
Solo una Chiesa che trae la sua vita da Cristo può rimanere unita nella diversità. Solo una Chiesa edificata su di Lui può attraversare i conflitti senza spezzarsi. Solo una Chiesa che riconosce in Lui la roccia della sua esistenza può vivere la pluralità come comunione e non come divisione.
Settant'anni non sono una meta, ma una responsabilità affidataci per il futuro. Oggi, la Chiesa di Gerusalemme, in tutta la ricchezza dei suoi volti e delle sue missioni, è chiamata a rinnovare il suo “sì” all’unità in Cristo.
Possa il Vicariato dei Cattolici di lingua ebraica continuare a essere al centro della Chiesa Madre, segno di fedeltà e di gioia: non una frangia, ma una voce vitale; non un rifugio, ma un ponte.
E un ponte tra chi? Tra la Chiesa dei Gentili, che è entrata nell'alleanza mediante la fede in Cristo, e il popolo d'Israele. Il Vicariato non si pone tra queste due sponde per cancellare le differenze, ma per ricordarci che la fede in Gesù Cristo è fonte di gioia e di pace. È chiamato a testimoniare davanti a Israele che la famiglia cristiana in Terra Santa e in tutto il mondo è parte integrante della costruzione di un mondo integro, un mondo che cerca la pace nell'amore di Dio. Settant'anni di questo servizio hanno contribuito a far sì che la Chiesa di Gerusalemme non dimenticasse le sue radici viventi.
Eppure questi settant'anni non sono solo un resoconto retrospettivo. Oggi, mentre celebriamo qui a Gerusalemme, questa terra è in subbuglio. I lunghi giorni di guerra, le voci di lamento che si levano da ogni angolo del paese e da ogni parte, le profonde divisioni all'interno della società israeliana e il dolore che ne deriva, le speranze frustrate di libertà nella società araba che vengono sempre più rimandate: tutto ciò non è uno sfondo alle nostre vite, ma la nostra stessa realtà.
La Chiesa di Gerusalemme non può permettersi di celebrare un giubileo come se questa realtà non esistesse. Proprio ora, in questo settantesimo anno, siamo chiamati a chiederci: che aspetto ha la Chiesa in un tempo come questo? Come possiamo parlare di “unità nella Chiesa” quando l’unità umana più elementare intorno a noi si sta sgretolando?
La responsabilità che ci è stata affidata non è solo quella di preservare le conquiste del passato, ma di offrire una testimonianza viva qui e ora: che Gesù è la nostra speranza, anche nel cuore di ciò che sembra impossibile. Non come una soluzione magica, ma come la roccia sulla quale possiamo piangere insieme, pregare insieme e non perdere mai la speranza.







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Discorsi tenuti in occasione del Gala per il 70° anniversario.
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