Ziv – Parashat Miketz
Ogni settimana, Gad Barnea o Sr. Agnese della Croce (della Communita delle Beatitudine), propone una riflessione su un brano del Pentateuco che viene letto nella sinagoga (parashat hashavua). Questa settimana il brano e’ tolto dal libro della Genesi 41,1-44,17 con l’haftarah (lettura aggiunta) dal 1Re 3,15-4,1. La loro riflessione e’ chiamata “ziv” – raggio di luce.
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Il nome della nostra parasha di questa settimana, “Miketz”, richiama una fine, o molto piu’ precisamente secondo la tradizione ebraica, la fine di un periodo buio per entrare nella luce. La tradizione qui fa riferimento alle parole di Giobbe: “L’uomo pone un termine alle tenebre e fruga fino all’estremo limite le rocce nel buio piu’ fondo” (Giobbe 28,3). E’ quindi molto appropriato che questa parasha, ogni anno, coincida con le vacanze della Hannukah. Questa parola, “Ketz”, si riferisce anche alla fine del sonno, al risveglio, soprattutto dopo aver fatto un sogno. Questo e’ il contesto della parasha, e anche della haftara questa settimana, poiche’ in essi vi troviamo il sogno (i sogni) del Faraone, il sogno di Salomone e in particolare i sogni di Giuseppe, e quelli di Israele.
Quando Giuseppe ha sognato, nella precedente parasha (“Va Yeshev”), ha fatto due sogni che in realta’ erano uno solo. Nel primo, disse ai suoi fratelli: “Ascoltate, noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzo’ e resto’ diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio” (Genesi 37,7). Il secondo sogno ripete la stessa idea: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me” (Genesi 37,9). C’e’, comunque, un dettaglio molto importante che diversifica i due sogni: nel primo Giuseppe lavora con i suoi fratelli, collabora con loro, anche se presenta se stesso come il piu’ grande tra loro. Nel secondo sogno, non c’e’ piu’ collaborazione, e’ l’intero sistema solare che si prostra davanti a lui.
Ne’ i fratelli di Giuseppe che gli dissero: “Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?” (Genesi 37,8), ne’ Giacobbe, suo padre, che gli domando’: “Che sogno e’ questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?” (Genesi 37,10), compresero il suo sogno. E’ anche molto probabile che lo stesso Giuseppe non lo capi’ al momento. Ma durante la schiavitu’ e in prigione, ha avuto dodici anni per riflettere e interpretare ogni dettaglio di quei sogni. Infatti, divento’ un interprete esperto di sogni proprio perche’ non aveva mai smesso di ri-interpretare e meditare quei sogni che aveva avuto all’eta’ di 17 anni.
Tuttavia, ora, davanti al Faraone e ai suoi sogni, quando disse al Faraone: “Il sogno del Faraone e’ uno solo” (Genesi 41,25), e’ chiaro a Giuseppe, cosi’ come a tutti gli scribi e ai sapienti dell’Egitto (secondo il Midrash), che questi sogni hanno a che fare con la carestia. Comunque, lui solo sa interpretare immediatamente le spighe di grano che il Faraone aveva sognato. Sono le stesse che lui legava in covoni con i suoi fratelli nel primo sogno. Capisce che sara’ lui a gestire la fornitura di grano in Egitto e questo e’ il motivo per cui con confidenza e audacia propone al Faraone: “Ora il Faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo del paese d’Egitto” (Genesi 41,33).
E’ in questo momento che l’oscurita’ svanisce e Giuseppe puo’ vedere il compimento della sua missione originaria, cominciata molto tempo prima nel paese di Canaan, quando uno sconosciuto gli chiese: “Che cerchi?” (Genesi 37,15), al quale Giuseppe rispose: “Sto cercando i miei fratelli. Dimmi, ti prego, dove stanno pascolando le greggi”. Shabbat shalom.








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