Una testimonianza sul sacramento della confessione


Elena della comunità di Haifa e membro della comunità Shalom ci ha inviato una sua riflessione sul sacramento della confessione.

Ho letto con grande interesse l’articolo presentato sul sito del Vicariato a riguardo dello Yom Kippur e cristianesimo ed ho letto con ancor maggior interesse le seguenti risposte e commenti da parte di padre David e padre Nicola su di esso. Essendo una credente cattolica io stessa non posso perdere l’opportunità di andare un gradino oltre, in questa condivisione del punto di vista e di testimonianza del tremendo dono che è stato nella mia vita il sacramento della confessione o penitenza.

Parlando onestamente non è un passo facile andare a confessarsi, avendo uno da decidere di essere di fronte ad un altro essere umano, proprio come se stesso, ed ammettere apertamente errori, sofferenze e debolezze. È veramente difficile per ognuno aprirsi e mostrare la sua vulnerabilità come essere umano davanti ad un’altra persona se non si è convinti che questo gesto porterà perdono, guarigione, libertà, speranza e pace, non solo sul livello umano, psicologico, che può essere ottenuto in altre situazioni, ma ricevere questo da Dio stesso, come dono soprannaturale.

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Il sacramento della confessione inizia prima dell’incontro con il sacerdote, quando uno fa esperienza di pentimento e il desiderio di tornare indietro, di essere più vicino a Dio. Questo avviene all’interno come illuminazione da Dio e la persona che è toccata dall’amore personale di Dio. Questo amore è l’unica realtà che può rendere qualcuno nuovo dal di dentro.

Parlando personalmente e riflettendo con centinaia di persone che so andare a confessarsi regolarmente, l’esperienza del sacramento è vicina a ciò che leggiamo nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, e non ha nulla a che vedere con giudizio, colpevolezza o punizione. Andare alla confessione è un’esperienza viva, un evento salvifico e non una tortura, un’umiliazione o qualcosa che causa vergogna o più male. Andare a confessarsi è un evento che redime il peccatore, che si trova di nuovo immerso nella nuova vita di Cristo, che ha ricevuto nel battesimo, ed è capace di crescere nell’amore e nella santità, in unione d’amore con il Suo Signore e con coloro che lo circondano. Per lo meno questa è stata la mia esperienza e l’esperienza che vedo intorno a me.

Casualmente, ho avuto la grazia di andare a confessarmi la vigilia di Yom Kippur e per la prima volta nella mia vita sono stata più consapevole dell’importanza di questa festa per gli ebrei e ciò che essa rappresenta, spiritualmente parlando. Mi sono immersa nell’amore di Dio ed ho cercato in maniera veramente sincera di vivere questo amore e questa libertà. Mi offre sempre più in Cristo Gesù. Ho fatto esperienza di essere abbracciata ed amata prima ancora di aver terminato la confessione dei miei peccati, tutta la vergogna ed il dolore del lasciar entrare i peccati degli altri nel mio cuore e nella mia vita…Proprio come il figliol prodigo, la figlia prodiga ha unito rapidamente le lacrime di gratitudine a quelle di penitenza. Si è trattato proprio di un’esperienza che ha segnato il nome del giorno: perdono.

Devo aggiungere che l’atteggiamento silente ma attendo del sacerdote che mi ha ascoltata quest’ultima volta (ed è stato sempre così), mi è stata d’aiuto nel bisogno di una presenza concreta, di una voce, di un cuore che ascolta, di orientamento. Queste volte nel contesto della confessione il sacerdote mi ha donato parole di sapienza che hanno rovesciato la prospettiva di una situazione, o mi ha aiutato ad avere fiducia e speranza in Dio e in me stessa ancora ed ancora “perché il suo amore è per sempre”. Quante volte mi sono vergognata della mia debolezza ed il sacerdote era un segno vivente di Gesù Cristo stesso. Quante volte il mio desiderio di conversione pentimento, il mio desiderio di vivere coerentemente e radicalmente il Vangelo ha a sua volta aiutato il prete a rinnovare la sua vocazione sacerdotale.

Il sacerdote normalmente è molto pietoso, è bene chiarire e testimoniare questo a tutti coloro che non sono cattolici, e che quando esso da l’assoluzione lo fa nel nome di Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo e nel nome della Chiesa! Questo mi meraviglia ed è veramente impressionante: la dimensione del peccato non è solo individuale e privata. Pur essendo libera e responsabile per ciò che commetto, il peccato che commetto ferisce l’intero Corpo di Cristo, la Chiesa, così devo confessare essi a qualcuno che rappresenti la Chiesa nel nome di Dio e che ha l’autorità di perdonarmi! Ogni volta che viviamo il sacramento della penitenza l’intera Chiesa è sanata!

Ricordo che quest’ultima volta che mi sono recata a confessarmi avevo una domanda in testa che il sacerdote mi ha aiutato a comprendere che si trattava di una questione retorica che non mi avrebbe portata da nessuna parte. La questione era: dobbiamo peccare per poter conoscere Dio Padre come descritto nella parabola di Luca 15? Ma grazie a Dio sono stata aiutata a comprendere con tutta me stessa che la vera domanda è: com’è possibile che essendo peccatori siano amati così tanto dal Padre? Solo i peccatori pentiti conoscono la risposta, ricevono l’abbraccio ed i baci, accettano la nuova dignità di figli ed imparano a voltare la pagina della schiavitù. Solo i figli amati e perdonati da Dio fanno esperienza che nell’ombra della croce –la nostra tenda come ha spiegato padre David- c’è gioia, gioia eterna.

Possa lo Spirito di Dio attirarci al sacramento di riconciliazione più e più. Possa Egli attrarre tutti: preti, vescovi, religiosi, religiose, monaci, padri e madri, giovani e vecchi, laici, ragazzi, coloro che sono lontani da casa e coloro che vi sono vicini. Ciò che conta è il Padre, che ci attende sempre!

Elena Arreguy Sala

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