Benedetto: La parabola del figliol prodigo
Benedetto ci ha mandato una la sua riflessione sul Parabola ben conosciuta e letta nel periodo dal Quaresima.
La Parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso è da sempre utilizzata nelle liturgie cristiane come meditazione sul senso del perdono e della riconciliazione. In questo tempo di penitenza e di conversione, mentre ci avviciniamo alla Pasqua del Signore, ancora una volta ci offre l’occasione per riflettere sulla nostra condizione umana di peccatori e sull’amore incondizionato del Padre che ci accoglie nonostante ogni nostra infedeltà.
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Dalla parabola lucana apprendiamo che il figlio minore di un padre benestante decide, il padre ancora in vita, di reclamare la sua parte di eredità per potersi rendere autonomo e poter spendere la sua vita secondo i propri progetti. Una simile richiesta avrebbe provocato l’ira di un qualunque padre sulla terra, considerato morto prima del tempo. Non avviene così nel racconto di Gesù. Il padre della parabola infatti (a prescindere da un intimo dolore che possiamo solo immaginare, in quanto umano e ragionevole) accondiscende alla richiesta e distribuisce il suo patrimonio ai suoi due figli, permettendo così al minore di allontanarsi da lui.
Prima di continuare col racconto, fermiamoci a considerare questo atteggiamento, e domandiamoci se la stessa cosa non sia capitata anche a noi. Gesù attraverso la parabola vuole spiegarci la dinamica del peccato e la misericordia di Dio. Ogni volta che aderiamo alla tentazione, e scegliamo di peccare, è come se chiedessimo al Signore di lasciarci andare per la nostra strada. Come se volessimo lasciarci alle spalle l’alleanza con lui, e intraprendere un cammino autonomo dove siamo noi e non la sua Legge l’unico criterio di scelta. Anche noi, il padre lascia andare. Non ci tiene prigionieri, non ci stringe nel suo pugno. Perché il fondamento della Legge è l’Amore, che per sua natura è libero e liberante.
Il giovane e inesperto figlio, finalmente libero dall’autorità paterna inizia a mettere in pratica i suoi criteri. Per un eccesso di entusiasmo, forse, lascia andare i freni e si sperimenta nella vita con voracità. Il racconto infatti ci informa sulla qualità del suo stile di vita: divertimento sfrenato, vino e sesso in abbondanza, finché il denaro glielo consente. Ma arriva il giorno in cui si ritrova a mani vuote, senza aver costruito nulla per il suo futuro e la sua sopravvivenza, e nello stesso tempo anche il cielo si chiude e la terra non produce più i suoi frutti. È la carestia.
Anche noi conosciamo bene questa sensazione. È l’isolamento dovuto al peccato, e il senso di smarrimento, conseguenza del nostro allontanamento da Dio (sempre che sia possibile allontanarsi da lui!) e dagli altri. Allora il mondo non ha più nulla da offrirci; la terra, da giardino fiorito, si trasforma in deserto e scompare dall’orizzonte ogni bellezza, ogni gioia e ogni benedizione.
Arriva per il figlio il momento della svolta. Trova un lavoro, poco dignitoso e umiliante, ma pur sempre un lavoro. Egli stesso non sa che sarà proprio attraverso di esso che troverà la chiave per la sua risalita. Il giovane finisce a fare la guardia ai maiali, animali impuri per eccellenza nel mondo ebraico. Ma non è casuale questa scelta. Gesù sapeva cosa diceva. Il giovane ebreo che finisce, per fame, a fare la guardia ai porci è un uomo disperato, senza più alcun rimedio. È l’ultima risorsa, che gli toglie anche quel briciolo di dignità conferita dalla purità religiosa. È un uomo ormai a contatto con il fondo, interiormente morto, per il quale nulla ha più valore. Eppure la dolce mano di Dio e la sua provvidenza non si rassegnano all’idea che egli si perda. Ancora una volta mi sembra importante sottolineare la figura simbolica del maiale. In ebraico maiale si dice hazìr (h gutturale come José in spagnolo), termine che suona anche come offesa, per tutto ciò che possiamo immaginare sia collegato a un animale immondo, da cui bisogna guardarsi in ogni modo possibile. Ma, guardando attentamente si scorge che la parola hazìr contiene in sé le consonanti h-z-r che formano la radice hazàr, che significa “ritornare”: ed è infatti proprio mentre lavora tra i porci che il figlio perduto ha l’intuizione di rimettersi sulla via del ritorno verso casa. Con questo comprendiamo che anche nella condizione più degradante in cui un uomo possa trovarsi, sono disseminati i germi della resurrezione e della risalita. Il Signore, nella sua sapienza, lascia ovunque dei segnali per consentirci di rientrare in noi stessi e ritrovare la strada. Sappiamo da Paolo che tutto concorre al bene, e se sappiamo guardare con sguardo attento e intelligente tutt’intorno a noi, possiamo scorgere le tracce di un disegno di salvezza scritto apposta per noi. Per Dio non è mai troppo tardi e siamo sempre invitati a ritornare a casa.
Conosciamo la fine della storia, il figlio pentito è riaccolto in gioiosa esultanza, rivestito della dignità perduta e celebrato come ritornato in vita dopo la morte. È la festa della riconciliazione: un banchetto a cui ciascuno è invitato.
In questi pochissimi giorni che ci separano dalla Pasqua, possiamo ancora vivere questa opportunità e la nostra conversione è ancora possibile, come se la Quaresima fosse appena cominciata! Lasciamoci riconciliare con Dio!








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