La riconciliazione non significa dimenticare le ferite. È rifiutarsi di lasciare che quelle ferite definiscano il futuro.
Questo periodo dell'anno è sempre difficile. Il dolore riaffiora mentre ricordo i terribili eventi di quel giorno. I volti delle vittime e la sofferenza delle loro famiglie sono molto presenti nei media in questi giorni. Il mio pensiero torna ai numerosi funerali a cui ho partecipato. Sento ancora le voci delle vittime e le grida dei loro cari. La mia preghiera è spesso interrotta dalla domanda: perché c'è così tanto dolore e odio?
Se è vero che il tempo cura le ferite, allora abbiamo ancora bisogno di tempo. Tuttavia, la sofferenza può indurirci o renderci più riflessivi,piu’interiori. A tre anni dal 7 ottobre, la vera domanda non è semplicemente cosa ci sia accaduto, ma chi abbiamo deciso di diventare.
Saremo in grado di costruire una società libera dall'odio? Saremo capaci di dimostrare che la riconciliazione non significa dimenticare le ferite, ma rifiutare di lasciare che esse definiscano il futuro? Non possiamo scegliere la nostra storia, ma insieme possiamo scegliere ciò che la storia genera in noi.
Spesso sono le comunità più piccole a custodire la speranza più grande. Esse dimostrano che le persone possono appartenere le une alle altre senza appartenere "contro" le altre. Il Vicariato di San Giacomo ha un'opportunità unica di testimoniare una verità cristiana: la pace inizia nel momento in cui il dolore smette di avere l'ultima parola.
Credo nella nostra capacità di parlare il linguaggio dell'incontro e della pace, anche quando dentro di noi vi abitano tanto dolore e tanta paura. In una terra ferita dal conflitto, ogni gesto di amicizia, ogni atto di solidarietà e ogni rifiuto di cedere all'odio diventano un segno di speranza. La nostra vocazione non è solo quella di pregare per la pace, ma anche di diventare artigiani di pace, un incontro alla volta.








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