“Dio potente”


Il 14 Dicembre 2015, Padre David ha pubblicato sulla rivista inglese “Thinking Faith”, una riflessione sulle parole “Dio potente”, che descrivono un bambino nel Libro di Isaia.

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Isaia 9,6 e’ uno dei versetti che ricorre con maggior frequenza nel tempo di Natale. I cristiani sanno esattamente a chi Isaia fa riferimento, in particolare mentre si preparano a celebrare il Natale. Tuttavia, e’ importante sottolineare che due gruppi di lettori del testo di Isaia mettono in discussione la comprensione cristiana apparentemente chiara. I nostri fratelli e sorelle ebrei leggono lo stesso testo ma in esso non vedono alcun riferimento a Gesu’. Esegeti accademici, interpreti scientifici della Bibbia, si chiedono se e’ coerente e sensato affermare che l’autore di questo versetto, che e’ stato scritto nella seconda meta’ dell’ottavo secolo prima di Cristo, ha fatto riferimento a Gesu’ di Nazareth. Inoltre, e’ possibile che Isaia abbia attribuito l’appellativo di “Dio potente” ad un bambino piccolo, nato in quel tempo?

Naturalmente qualsiasi risposta a questa domanda deve affrontare il problema dell’identificazione del bambino nel testo di Isaia, che secondo il versetto era gia’ nato al tempo di Isaia. Alcuni cristiani potrebbero insistere sul fatto che qui si tratta di Gesu’ di Nazareth. Dopo tutto, potrebbero sostenere, Isaia e’ un profeta per cui lui conosce cio’ che avverra’. Ma un profeta non e’ un indovino che predice chiaramente il futuro, ma un inviato da Dio a portare un messaggio di ammonimento o di consolazione al popolo del suo tempo – un popolo preciso in un momento preciso. Il bambino in Isaia 9,6 “e’ nato per noi” e Isaia qui sicuramente si riferisce a un bambino conosciuto come scrive agli abitanti di Gerusalemme e del regno di Giuda al tempo del Re Acaz, un tempo di grande tribolazione per i Regni di Israele e di Giuda. Come lettori cristiani della Bibbia, siamo chiamati a renderci conto che la comprensione semplicistica della profezia dell’Antico Testamento parlando direttamente su Gesu’ e’ la sola valida lettura del testo, ed e’ problematica in molti livelli diversi.

Isaia viene inviato al suo popolo nell’ottavo secolo Avanti Cristo, quando il re e il popolo sono presi dall’ansia e si guardano attorno in un mondo spaventosamente minaccioso. Sarebbe molto sadico da parte di Dio fare l’occhiolino e dire loro: “Di che cosa vi preoccupate? Aspettate 700 anni e vi inviero’ Gesu’!”. A che cosa Isaia si riferisce quando parla di un bambino che e’ nato e sembra che si chiami “Dio potente”? Sembra che lui si riferisca a qualcosa nel mondo dei suoi ascoltatori che portera’ loro conforto e rivelera’ chi e’ Dio. Questo bambino, come il bambino nato dalla vergine in Isaia 7,14, proclama che Dio e’ con noi nelle nostre difficolta’ e che Dio sara’ alla fine vittorioso.

Molti esegeti e accademici ebrei hanno suggerito che il bambino in questione e’ l’erede al trono al tempo di Isaia: Ezechia, figlio Acaz, che sara’ ricordato come uno dei pochi re che “fece cio’ che e’ giusto agli occhi del Signore proprio come Davide suo padre aveva fatto” (2Re 18,3). E’ quindi sorprendente e insolito chiamare un bambino “Dio potente”! Il grande commentatore medievale ebreo, il Rabbino Solomon, figlio di Isacco, noto come Rashi (1040-1105), ha rivendicato il fatto che in realta’ i tre titoli – “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre” – non si riferiscono al bambino, ma a colui che parla del bambino. “Poiche’ un bambino e’ nato per noi, ci e’ stato dato un figlio. Sulle sue spalle e’ il segno della sovranita’ ed e’ chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. Altri esegeti hanno sostenuto che nella costruzione ebraica la parola tradotta come “Dio” potrebbe invece essere identificata con la parola tradotta come come “potente”. Essi sostengono che una traduzione ragionevole dell’espressione potrebbe essere “grande eroe” – la parola ebraica El (tradotta “Dio”) potrebbe fare riferimento all’essere simile a Dio in grandezza, e la parola ebraica gibor (tradotta “potente”) potrebbe riferirsi al sostantivo ‘forte’ o ‘eroe’. Questo quindi puo’ inserirsi nella serie dei titoli: Consigliere ammirabile, Grande uomo, Padre per sempre, Principe della pace.

La difficolta’ con il termine “Dio potente” viene confermata quando si guarda alla traduzione greca antica del testo di Isaia. Sembrerebbe che la traduzione piuttosto goffa cerchi di cancellare la possibilita’ problematica di individuazione divina di un bambino nel testo ebraico. Il greco non ha la parola El (theos in greco) ma la parola angelos – “un messaggero”. Le traduzioni del testo greco tendono ad affiliare la parola “messaggero” con il precedente “Consigliere ammirabile” – messaggero di grande consiglio. Il testo greco potrebbe effettivamente preservare un’antica comprensione ebraica.

Questo allora significa che la traduzione moderna del nostro Vecchio Testamento e’ “corretta”? Molti antichi cristiani hanno capito che questo testo, e molti altri nel libro di Isaia, si riferisce a Gesu’ Cristo. Sono riluttante nel rinunciare alla possibilita’ che il testo chiami un bambino piccolo “Dio potente”, anche se devo ammettere che cio’ che ho capito non sarebbe esattamente cio’ che intendeva l’autore originale. In realta’, forse quello che voleva dire, in questo caso particolare, e’ piu’ vicino a quello che i miei fratelli e sorelle ebrei capiscono quando leggono lo stesso versetto. Tuttavia, cio’ che io vedo nel testo e’ quello che riconosco come il culmine del disegno di Dio alla nascita di un figlio, che ci e’ stato dato, che e’ davvero “Dio potente”, una nascita che ha avuto luogo centinaia di anni dopo la nascita di un altro bambino.

Attraverso i secoli, due comunita’ hanno letto la Bibbia contemporaneamente. Queste letture non hanno coesistito pacificamente ma sono state una sfida reciproca e in troppi casi questo ha portato a leggere la Bibbia in avversione l’uno contro l’altro. E questo e’ molto evidente nei testi dell’Antico Testamento nei quali i cristiani vedono i riferimenti a Cristo. In realta’, una parte essenziale della grandezza dei Padri della Chiesa e’ stata la loro lettura cristologica dell’Antico Testamento, e cio’ rende rilevante il fatto che la Chiesa cerchi Cristo ovunque. Oggi, possiamo giudicare sbagliata questa prospettiva perche’ non e’ conforme a cio’ che gli esegeti dicono essere stata l’intenzione originale degli autori? E’ sbagliata solo perche’ i lettori ebrei non vedono quello che vedono i lettori cristiani?

Le nuove relazioni con il popolo ebraico, e quest’anno celebriamo il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e della pubblicazione di Nostra Aetate, ci spronano ad ampliare la nostra comprensione dei testi biblici che spesso diamo per scontato. Tradizionalmente, i cristiani avevano ipotizzato che gli ebrei erano accecati nella loro lettura dell’Antico Testamento perche’ non vedevano presente nei testi la figura di Cristo, i cristiani invece sostenevano che la sua venuta era gia’ stata predetta dalle Scritture antiche. La base di questa accusa la si trova negli scritti di Paolo: “Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perche’ e’ in Cristo che esso viene eliminato” (2 Corinzi 3,14). E questo e’ stato un pilastro importante “nell’insegnamento del disprezzo” che troppo caratterizza il dialogo cristiano verso gli ebrei e il giudaismo.

Tuttavia oggi i cristiani sono invitati a rispettare la lettura ebraica delle Scritture che appartengono anche a loro. E sono invitati anche a prendere sul serio i frutti della ricerca accademica. I cristiani ora ammettono che vedono Cristo presente nel Vecchio Testamento non perche’ e’ veramente presente, ma perche’ diventa percepibile al cristiano che legge il testo dell’Antico Testamento alla luce del Nuovo. Cosi’ ha spiegato il documento della Pontificia Commissione Biblica del 2001:
“Anche se il lettore cristiano e’ consapevole che il dinamismo interno dell’Antico Testamento trova la sua realizzazione in Gesu’, si tratta di una percezione retrospettiva il cui punto di partenza non e’ nel testo in quanto tale ma negli eventi del Nuovo Testamento proclamati dalla predicazione apostolica. Non si puo’ dire, quindi, che gli ebrei non vedono nei testi cio’ che e’ stato annunciato, ma che il cristiano, alla luce di Cristo e dello Spirito, scopre nel testo un significato che vi era nascosto (Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), §21).

La lettura ebraica delle Scritture, secondo l’insegnamento di questa rivoluzione, non e’ espressione di cecita’, piuttosto una vera comprensione di queste Scritture:
I cristiani devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia e’ possibile in continuita’ con le Sacre Scritture ebraiche dall’epoca del periodo del Secondo Tempio, una lettura analoga alla lettura cristiana che si e’ sviluppata parallelamente. Entrambe le letture sono legate alla visione delle loro rispettive fedi di cui le letture sono il risultato e l’espressione. Di conseguenza, entrambe sono irreducibili (Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), §22).

Parte integrante della rivoluzione nelle relazioni ebraico-cristiane e’ la realizzazione che gli ebrei e i cristiani condividono un linguaggio e un patrimonio spirituale che si basa sulle Scritture che condividono – che i cristiani chiamano Antico Testamento e gli ebrei TaNaKh. Tuttavia, una delle ragioni piu’ importanti per cui la lettura cristiana dell’Antico Testamento differisce da quella ebraica e’ l’identificazione del Messia, onnipresente nella lettura cristiana e solo discretamente accennato in quella ebraica. La fede in Gesu’ distingue la lettura cristiana della Bibbia da quella ebraica.
Dovrebbe essere abbastanza ovvio il fatto che Isaia e’ vissuto molto prima di ogni dibattito tra ebrei e cristiani. Infatti, applicando al testo metodi storici e critici, diventa un po’ piu’ chiaro a tutti e a ciascuno chi e’ il profeta e conoscere il contesto in cui ha scritto. Indubbiamente il versetto si riferisce ad un bambino di quel contesto, un bambino che potrebbe anche essere “Dio con noi” in una situazione in cui Dio sembrava essere cosi’ distante. Tuttavia, il fatto che questo testo e’ diventato parte della Sacra Scrittura per gli ebrei e per i cristiani significa che molti lettori hanno trovato un nuovo significato in esso. Qualunque sia il preciso riferimento storico, il testo ci insegna a parlare di Dio, di un Dio che conosciamo attraverso la fede. E’ questa fede che ci fa comprendere non cio’ che Isaia avrebbe potuto dire allora, ma quello che le sue parole volevano dire a coloro che hanno scritto la storia di Gesu’ e cio’ che significano per noi cristiani in questo momento.

Dal punto di vista della nostra fede cristiana, sappiamo che lo stesso Dio che parla attraverso Isaia invia poi suo figlio, il Dio incarnato, il Dio potente. Questo non e’ oggettivamente nel testo di Isaia, ma e’ capito da coloro che leggono Isaia alla luce della vita di Cristo. I nostri fratelli e sorelle ebrei leggono lo stesso testo ma non vedono cio’ che noi vediamo, ma cio’ che vedono potrebbe illuminare aspetti di cio’ che il testo dice e che non vediamo perche’ focalizzati esclusivamente su Gesu’.

In un documento pubblicato di recente in occasione del 50° anniversario di Nostra Aetate, al paragrafo 4 la Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con il giudaismo spiega:
“Dopo secoli di posizioni contrapposte, il dialogo ebraico-cristiano deve portare queste due nuove modalita’ di lettura degli scritti biblici in dialogo tra loro al fine di percepire la ricca complementarieta’ dove esiste e aiutarci vicendevomente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio” (Evangelii Gaudium, §249). (Una riflessione su questioni teologiche relative alle relazioni cattolico-ebraiche, §31).

In questo Natale, lasciamoci sfidare ancora una volta e non minacciati dalla differenza nella comprensione delle parole “Dio potente” per approfondire le relazioni e non romperle, per crescere insieme nel portare la luce in questo mondo e non le tenebre. Il “Dio potente” che cerchiamo di certo non si aspetta niente di meno!

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