Marco e Oz: Due ritratti di Giuda Iscariota


Nel contesto di un simposio su Giuda Iscariota, alla luce della pubblicazione del nuovo libro di Amos Oz, “Il Vangelo secondo Giuda”, Padre David Neuhaus e’ stato uno dei relatori. Il simposio e’ stato organizzato dal Centro Galilea per lo Studio del Giudaismo e Cristianesimo, Jezreel Valley College, Giovedi’ 21 Maggio 2015. Pubblichiamo qui di seguito la conferenza di Padre David.

judas gospel oz

Il primo autore che ha trasformato Giuda Iscariota in un personaggio letterario e’ stato Marco, un greco che parla ebraico, che ha vissuto nel primo secolo. Ha scritto un libro intitolato: “L’inizio del Vangelo di Gesu’ Cristo, Figlio di Dio”, agli inizi degli anni 70 del primo secolo, circa 40 anni dopo gli eventi che portarono alla stesura del primo vangelo. Chi e’ Giuda secondo i suoi scritti e qual e’ il rapporto tra il primo e l’ultimo ritratto scritto da Amos Oz?

Il nome di Giuda lo si trova solo tre volte nel Vangelo di Marco (3,19; 14,10; 14,43), ma la figura del “traditore” aleggia su tutto il libro. Marco cita Giuda per la prima volta al capitolo 3, nella lista dei dodici apostoli e l’ultimo di questa lista e’ “Giuda Iscariota”, quello che poi tradi’ Gesu’ (3,19). Qui e’ importante notare che il termine “tradire” (in Greco paredoken) dal termine greco “pardidomi”, e’ un termine centrale nel Vangelo di Marco in quanto appare venti volte. Io lo traduco con il termine “consegnare” (e non “tradire”). Chi legge il Vangelo di Marco e chi ha una buona conoscenza delle Scritture di Israele in greco, puo’ identificare la parola “paradidomi” come un’eco della descrizione del Servo Sofferente che troviamo al capitolo 53 del Libro di Isaia, dove questo termine viene ripetuto tre volte nella versione greca del Vecchio Testamento (53,6 e due volte in 53,12). La prima volta che questo termine appare nel Vangelo di Marco e’ al capitolo 1, quando Giovanni Battista viene arrestato (1,14), e in questo modo Giovanni precede Gesu’ anche al momento della morte.

Nel racconto dell’arresto di Gesu’, quando e’ stato consegnato nelle mani di diverse persone prima della sua crocifissione, prima nelle mani delle autorita’ ebraiche, poi nelle mani delle autorita’ romane, e infine nelle mani di coloro che lo crocifissero, il termine appare dieci volte (14,10.11.18.21.41.42.43; 15,1.10.15). Tre volte prima di questo, Gesu’ profetizzo’ ai suoi discepoli che sarebbe stato consegnato nelle mani degli uomini e in due di queste profezie Gesu’ usa questo termine tre volte (9,31; 10,33 2x). In modo significativo, nel discorso di Gesu’ sulla fine dei tempi a Gerusalemme, al capitolo 13, la sofferenza dei discepoli viene enfatizzata e questo verbo appare di nuovo per ben tre volte (13,9.11.12).

Nel Vangelo, Giuda e’ effettivamente colui che, per eccellenza, consegna Gesu’ nelle mani degli uomini. Nel capitolo 14, il versetto 10 dice esplicitamente: “Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si reco’ dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesu’” (Marco 14,10). Marco non da’ alcuna motivazione di questo atto. La prontezza di Giuda a consegnare Gesu’ porta alla promessa di dargli del denaro. A suo tempo, Giuda conduce “una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani” (Marco 14,43). Marco poi rivela che Giuda ha consegnato Gesu’ con un bacio – ma questo non e’ il Cantico dei Cantici, piuttosto il culmine del tradimento. Con il suo bacio a Gesu’, Giuda sparisce dal racconto e Marco non ci dice cosa ne e’ stato di lui.

Matteo, Luca e Giovanni sviluppano in modo piu’ dettagliato la figura di Giuda. Lo trasformano in un traditore singolare, diverso dagli altri discepoli nel suo tradimento e nella sua vocazione. Nel Vangelo di Marco, la questione e’ ancora piu’ complessa: Giuda non perde mai la sua posizione di discepolo e in un certo senso rappresenta tutti i discepoli. Marco descrive il momento in cui Gesu’ annuncia il tradimento di Giuda durante l’Ultima Cena: “Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesu’ disse: “In verita’ vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradira’”. Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo e’ tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Marco 14,17-21). La cosa piu’ strabiliante e’ che ognuno chiede: “Sono forse io?”. In effetti, ognuno sente nel profondo della sua anima che potrebbe essere proprio lui il traditore, colui che consegnera’ Gesu’. In realta’, questa esperienza e’ assolutamente essenziale per ogni discepolo di Gesu’: solo Gesu’ e’ sempre fedele, mentre il discepolo lo consegna alla crocifissione ogni volta che trasgredisce l’insegnamento di Gesu’.

Nel Vangelo di Marco, il tradimento di Giuda e’ parallelo al tradimento degli altri discepoli. Tutti hanno sperimentato difficolta’ con Gesu’ nel comprendere i modi e gli insegnamenti del loro Signore e Maestro. Solo nel Vangelo di Marco, il lettore scopre che i discepoli sono i nemici piu’ persistenti e nocivi di Gesu’. Gesu’ dice ai suoi discepoli proprio al centro del Vangelo “Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate?” (Marco 8,17-18). Marco descrive i tre discepoli piu’ vicini a Gesu’, Pietro, Giovanni e Giacomo, come coloro che pongono ripetutamente ostacoli a Gesu’ ed e’ proprio Pietro che Gesu’ chiama Satana ...  uando Gesu’ li supplica di vegliare e di accompagnarlo nella sua ora di agonia al Getsemani, loro dormono. Tutti gli altri discepoli sono come loro e abbandonano Gesu’ quando viene consegnato a morte, e Gesu’ rimane solo, ad eccezione di alcune donne fedeli, la cui fedelta’ mostra in un modo ancora piu’ drastico il tradimento dei discepoli che Gesu’ ha scelto.

 “paradosis”, che significa tradizione, la tradizione dei Padri. La discussione sulla tradizione e sull’uso ripetuto del termine “paradosis” si  trovano al capitolo 7. “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini” (Marco 7,8) – la tradizione riduce la Parola di Dio e blocca la strada di coloro che non riconoscono Gesu’ come il Messia e il Figlio di Dio. La tradizione costituisce una consegna, che e’ un atto di tradimento. Gesu’ rimprovera i suoi ascoltatori: “Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione!” (Marco 7,9). Nella loro meschinita’, paura, nella loro mancanza di immaginazione, durezza di cuore, i discepoli sono coloro che si aggrappano alla tradizione e consegnano il Signore. 

Oz e’ stato in gran parte ispirato dalla riscrittura di Giuda dalle fonti posteriori del secondo e terzo secolo, fonti rifiutate dal cristianesimo e identificate come correnti gnostiche. Giuda e’ stato riscritto e presentato come un eroe che capisce a fondo la vocazione di Gesu’ e che lo aiuta a compiere la sua missione. E’ in fedelta’ a questa missione che Giuda consegna Gesu’ ai suoi nemici. In modo simile a queste fonti, Oz descrive Giuda come colui che aiuta Gesu’: “Gesu’ non voleva andare a Gerusalemme e cosi’ Giuda lo trascina quasi contro la sua volonta’. Per settimane ho parlato al suo cuore. Era pieno di dubbi e di ansia, piu’ volte ha chiesto a me e agli altri discepoli se veramente lui era un uomo” (p. 272). Tuttavia, il tradimento di Giuda e’, alla fine, la perdita della fede. Il suo Vangelo dichiara che la fede e’ un’illusione. Giuda credeva che Gesu’ era Dio e gli diventa chiaro che nel terribile silenzio che segue la morte non c’e’ nulla, nessun miracolo, nessun segno. Il Giuda di Oz dice, terrorizzaro: “Fino ad oggi ho creduto che il piu’ grande miracolo avrebbe avuto luogo a Gerusalemme. Questo sarebbe l’ultimo miracolo dopodiche non ci sarebbe piu’ stata la morte nel mondo. Dopo questo, non ci sarebbe piu’ bisogno di miracoli. Questo miracolo porterebbe al Regno dei Cieli e solo l’amore regnerebbe nel mondo” (p. 275). Nel “Vangelo secondo Giuda”, Gesu’ muore invano. Giuda afferma, non come una confessione: “L’ho ucciso. L’ho appeso alla croce. Ho messo i chiodi nella sua carne. Ho versato il suo sangue” (p. 276), ma come un’espressione di disperazione che lo porta a impiccarsi sull’albero del fico maledetto.

Marco e Oz sono entrambi consapevoli che il vero e terribile tradimento nella storia di Gesu’ e Giuda e’ quello di coloro che sono chiamati a essere discepoli di Gesu’. Noi siamo cosi’ bravi nel vedere il tradimento degli altri, degli Ebrei, dei capi, di alcuni del popolo, dei Farisei, dei Sadducei, degli scribi o dei Romani, ecc. ... Purtroppo, non vediamo cosi’ facilmente i nostri continui tradimenti. Marco, infatti, non e’ interessato a accusare quelli che stanno al di fuori della cerchia di credenti della crocifissione di Gesu. Scrive con una consapevolezza tagliente e amara che sono i discepoli che impediscono a Gesu’ di regnare e di stabilire il Regno di Dio sulla terra. Una lettura attenta di Oz, che ha scritto quasi duemila anni dopo Marco, rende evidenti le terribili conseguenze dei peccati dei discepoli di Gesu’ nella loro persecuzione di coloro che hanno crocifisso Gesu’, gli Ebrei.

C’e’ ancora un altro punto di vicinanza tra Oz e Marco: il terribile silenzio alla fine del racconto. Anche il Vangelo di Marco finisce con il silenzio: “Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perche’ erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perche’ avevano paura” (Marco 16,8). Le donne che sono andate al sepolcro vuoto, fuggono per la paura. Quando i discepoli consegnano Gesu’, tutto finisce nel silenzio della disperazione. Marco non conclude il suo Vangelo con una descrizione di Gesu’ risorto! Questo scandalo era inaccettabile e cosi’ nel secondo secolo furono aggiunti 12 versetti al Vangelo di Marco, per “correggere” questa ingiustizia. Questi versetti, un cocktail di versetti del Vangelo di Matteo, Luca e Giovanni, hanno aggiunto cio’ che era necessario: Gesu’ e’ veramente risorto. Tuttavia, nel Vangelo che Marco ha scritto, la disperazione sta altrove: nelle lacrime di Pietro. Dopo che Pietro ha rinnegato Gesu’ tre volte, un terribile tradimento che arriva subito dopo l’insistenza di Pietro che sarebbe rimasto con Gesu’ fino alla fine, Marco scrive: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte. E scoppio’ in pianto” (Marco 14,72). Tra disperazione e speranza, Marco sottolinea la possibilita’ di ricominciare ancora a seguito di un atto di contrizione e pentimento. L’orizzonte e’ riaperto grazie alla fedelta’ del Signore, nonostante il tradimento della persona umana.

Quest’anno, cinquantesimo anniversario di Nostra Aetate, il documento che ha trasformato completamente le relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico, e ha inaugurato un’era di dialogo e di collaborazione nel tentativo di riparare un mondo in frantumi, questo simposio e’ un altro segno di queste relazioni, e per questo vorrei concludere il mio intervento con la preghiera attribuita a Papa Giovanni XXIII, una preghiera scritta con molte lacrime:

O Signore, noi siamo coscienti

del fatto che molti secoli di cecita’

hanno offuscato i nostri occhi

in modo che non possiamo piu’ vedere la bellezza

del Tuo Popolo Eletto.

Nel corso dei secoli

i nostri fratelli e sorelle ebrei

sono rimasti a giacere nel sangue che noi

avevamo fatto scorrere o causato

dimenticando il Tuo Amore.

Perdonaci per la maledizione

che noi abbiamo falsamente attribuito

al loro nome di ebrei.

Perdonaci

per averti crocifisso una seconda volta

nella loro carne.

Perche’ non sapevamo quello che facevamo. Amen

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