Ziv: Parashat Vaera


Ogni settimana, Gad Barnea o Suor Agnese della Croce (della Comunita’ delle Beatitudini) propone una riflessione sul testo del Pentateuco che viene letto nella Sinagoga (parashat hashavua). Questa settimana il brano e’ preso dal libro dell’Esodo 6,2 – 9,35 con la haftarah (lettura aggiunta) dal Profeta Ezechiele 28,25 – 29,21. La loro riflessione e’ chiamata “ziv” – un raggio di luce.

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Una terra santa …

La paracha - “shemot” - precedente termina in un clima di profondo dolore, paura e dubbio. Mose’ disse a Dio: “Mio Signore, perche’ hai maltrattato questo popolo? Perche’ dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal Faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo e tu non hai per nulla liberato il tuo popolo!” (Es 5,22-23). Mose’, che e’ sempre devoto al nome divino, ricorda a Dio che e’ “nel suo nome” che lui ha parlato al Faraone e che, nonostante cio’, quest’ultimo ha continuato a maltrattare il popolo – mettendo in discussione l’autorita’ del nome divino. Mose’ pone due domande alle quali Dio risponde nella nostra paracha, la prima e’: “Perche’ Dio ha maltrattato il suo popolo”, e la seconda: “Perche’ Dio ha mandato Mosé”.

Dio risponde prima di tutto alla seconda domanda perche’ ha bisogno di insediare Mose’ nel suo ruolo prima di poter rispondere alla seconda domanda – e Dio inizia con il suo nome. Cio’ che Dio rivela a Mose’ e’ che lui e’ un messaggero con un ruolo molto particolare – un ruolo che nessuno ha mai avuto dalla creazione. In realta’, Dio dice a Mose’ che egli e’ una nuova creazione, un nuovo Adamo, perche’ ha un rapporto molto piu’ intimo con Dio di quello che hanno avuto i patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe. Rivela a Mose’ che il nome “Io sono colui che sono!” (Es 3,14) – Colui che e’, l’eterno “essere” – non era conosciuto ai patriarchi: “Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il nome di Signore non mi son manifestato a loro” (Es 6,3). Tuttavia, e’ evidente che i patriarchi conoscevano il nome divino, poiche’ lo usavano spesso nei loro dialoghi con Dio. Ma lo conoscevano solo come un semplice nome, e non come una relazione intima (che e’ l’altro significato della parola ebraica “yada”). Al roveto ardente, Dio dice a Mose’: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perche’ il luogo sul quale tu stai e’ una terra santa” (Es 3,5). Ma questo luogo, il monte Oreb (Sinai) e’ diventato santo solo quando Dio ha dato le tavole della legge a Israele. Ne’ prima, ne’ dopo. E la stessa cosa la disse a Giosue’ (Gs 5,15) a Gerico, non e’ tanto il luogo che e’ santo, ma piu’ precisamente, la terra sulla quale ci sono le orme di Giosue’ al momento della rivelazione divina – perche’ in quel luogo un salvatore del popolo ha ricevuto la sua missione ed e’ diventato strumento della volonta’ divina. Questo significa che e’ Mose’, al momento del suo incontro con Dio e dell’accettazione della sua missione che, dopo aver ricevuto la rivelazione divina, santifica il terreno su cui si trova. Questo e’ il motivo per cui Mose’deve togliersi i sandali. E in cio’ sta anche la risposta alla prima domanda: Dio non ha maltrattato il suo popolo. Non ha dimenticato la sua alleanza e le sue promesse, ma ha inviato loro un messaggero. Ma era necessario che Mose’ cessasse di dubitare e venisse preparato e rafforzato – e per questo tempo e prova sono necessari. Come Isaia avrebbe detto secoli dopo: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio” (Is 52,7). Shabbat Shalom.

 

 

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