Padre David Neuhaus, Vicario del Patriarcato Latino, responsabile del Vicariato San Giacomo per i Cattolici di Lingua Ebraica in Israele, ha pubblicato una lettera pastorale in occasione del 60° anniversario della fondazione dell’Opera di San Giacomo. La lettera e’ stata pubblicata il 9 agosto 2015, Festa di Edith Stein.

60 Anni
Lettera pastorale

Alleluia
Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria;
perche’ forte e’ il suo amore per noi e la fedelta’ del Signore dura in eterno
(Salmo 117)

I. Origini

1. Quest’anno celebriamo il sessantesimo anniversario della fondazione dell’Opera di San Giacomo (Oeuvre Saint-Jacques). Il 14 dicembre 1954, il Vicario del Patriarcato Latino in Israele, Mons. Vergani, con Padre Joseph Stiassny (dei Padri di Sion), Padre Jean-Roger Héné (Assunzionista), il Signor Martin Weinhoben e la Signora Yosha Bergman, proclamò l’inizio dell’Opera. Un mese dopo, Padre Bruno Hussar (Domenicano) e altri si unirono all’Opera. L’11 febbraio 1955, il Patriarca Latino Gori concesse un permesso temporaneo (ad experimentum) all’Opera e il 19 febbraio fu celebrata la prima messa in latino a Giaffa. Il 19 febbraio 1956, Padre Bruno Hussar celebrò la prima messa al Centro San Giacomo (Moadon Yaaqov HaTsadik) in via Yehuda HaYamit 55 a Giaffa. Un mese piú tardi, il 21 marzo 1956, al suo arrivo nel Paese, Fra Yohanan Elihai (dei Piccoli Fratelli di Gesú) celebrò la prima messa in lingua ebraica, nel rito siriano, a Haifa.

2. La prima chiesa di Gerusalemme, fondata dagli apostoli dopo la morte, risurrezione e ascensione al cielo di Gesú, era una comunità che si sentiva completamente a casa nel mondo ebraico. Gli apostoli erano ebrei come il loro Signore e Messia e hanno vissuto con la loro gente. Molti fondatori dell’Opera di San Giacomo hanno sognato una Chiesa che ricreasse la prima chiesa ebraico-cristiana. La creazione dello Stato di Israele nel 1948 ha fornito il contesto in cui, per la prima volta dal primo secolo, i cristiani vivevano all’interno di una maggioranza ebraica, in una società definita dalla religione, storia e civiltà ebraica. Migliaia di cristiani immigrarono nel nuovo stato. Alcuni di loro erano ebrei che avevano incontrato Cristo e lo avevano riconosciuto come Messia e Signore, altri erano cristiani membri di famiglie ebraiche, genitori con figli battezzati, e tra loro c’era anche un numero di Giusti tra le Nazioni con le loro famiglie, che avevano salvato ebrei durante la Shoah. Tra i fondatori, i pionieri e i membri dell’Opera di San Giacomo c’erano anche quelli che affermavano che essere un ebreo credente in Gesú Cristo non diminuiva il loro essere ebrei.

3. Nel 1955, il Patriarca Latino Gori promulgò gli Statuti dell’Opera di San Giacomo che stabilirono gli obiettivi della nostra opera:

- sviluppare comunità cattoliche;

- garantire ai fedeli un solido fondamento cristiano sensibile al “mistero di Israele” (Romani 11,25), ricco di formazione biblica e di spiritualità sensibile alla cultura ebraico-cristiana;

- lavorare per la piena integrazione degli ebrei diventati cattolici nella Chiesa e nella società israeliana;

- continuare a sensibilizzare la Chiesa delle sue origini ebraiche;

- combattere tutte le forme di antisemitismo.

Questi statuti continuano a guidare il nostro ministero.

II. Ringraziamento

4. Sessant’anni sono trascorsi da questi eventi epocali e con il cuore colmo di gratitudine vogliamo ricordare i fondatori e i pionieri che ci hanno preceduto. Questi uomini e donne coraggiosi, sacerdoti, religiosi, consacrati e laici, hanno lavorato duramente per fondare comunità, organizzare strutture pastorali e sviluppare l’essenziale per la vita delle comunità cattoliche di lingua ebraica. Hanno dato inizio a comunità cristiane interamente legate alle loro radici ebraiche, nello Stato di Israele, parlando ebraico, una lingua che non era mai stata usata prima nella vita e nella liturgia cristiana, testimoniando i valori del Vangelo nella società israeliana di lingua ebraica.

Ringraziamo Dio per aver inviato questi uomini e donne fedeli, coraggiosi e lungimiranti, dotandoli di quei talenti necessari per edificare il Corpo di Cristo. Ringraziamo anche i Vescovi, gli Ordini e le Congragazioni, gli Istituti di vita consacrata e le nuove comunità che hanno inviato i loro membri in Israele per collaborare a quest’opera della Chiesa. Tra loro ricordiamo i Domenicani, i Padri e le Suore di Nostra Signora di Sion, i Piccoli Fratelli e Sorelle di Gesú, i Francescani e le Francescane Missionari di Maria, i Benedettini, i Carmelitani, i Gesuiti, le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, gli Assunzionisti, i Salesiani, i membri di Pax Nostra, della Koinonia Giovanni Battista, i Neocatecumenali e tanti altri.

5. Nel maggio del 1948, sette anni prima della fondazione dell’Opera di San Giacomo, venne proclamato lo Stato di Israele. Quest’opera ha fornito una casa al popolo ebraico all’indomani della Shoah, la sofferenza piú atroce che questo popolo abbia mai sperimentato. Nella sua dichiarazione di indipendenza, i padri fondatori dello stato garantirono la libertà religiosa a tutti i cittadini. “(Lo Stato di Israele) assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza, o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura” (Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele, 15 maggio 1948). Ringraziamo per la libertà di religione che ha consentito all’Opera di San Giacomo di svilupparsi e adattarsi alle mutevoli circostanze della società israeliana. Continuiamo a pregare affinché questa società possa conoscere la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini.

6. Mentre celebriamo i 60 anni di fondazione dell’Opera di San Giacomo, ricordiamo anche i 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II avvenuta nel 1965. Siamo grati per gli insegnamenti di San Giovanni XXIII e del Beato Paolo VI. Nella nostra identità e missione siamo stati ispirati dall’insegnamento del documento conciliare Nostra Aetate, e dagli altri documenti che sono seguiti, che hanno contribuito ad una delle piú grandi rivoluzioni del 20° secolo, quella dei rapporti tra Ebrei e Cristiani. Il diffuso “insegnamento del disprezzo” tra i cristiani ha lasciato il posto all’insegnamento del rispetto per gli ebrei e per il giudaismo grazie al Concilio. I fondatori e i pionieri dell’Opera di San Giacomo hanno fatto la loro parte in questo cambiamento. Così il Concilio ricorda ai fedeli: “Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo” (Nostra Aetate (1965), 4).

In particolare, dall’evento del Concilio, la Chiesa ha riconosciuto le sue radici ebraiche, l’identità ebraica di Gesú Cristo, di sua Madre, di San Giuseppe, degli apostoli e della prima comunità cristiana. Il Concilio ha dichiarato: “La Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua stirpe: «ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine. Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo” (Nostra Aetate (1965), 4).

7. Allo stesso modo, sulla scia del Concilio, gli ebrei nella Chiesa sono stati incoraggiati ad essere orgogliosi delle loro radici e a rimanere uniti al loro popolo. Così si é espresso San Giovanni Paolo II su una delle piú eminenti cattoliche ebree della storia recente, Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, filosofa tedesca, “L'incontro di Edith col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. (...) Tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all'insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d'origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei «doni irrevocabili» di Dio (cfr Rm 11,29)” (Spes aedificandi (1999), 9).

8. Siamo anche riconoscenti per lo sviluppo delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato di Israele. Quattro grandi Papi hanno visitato Israele: il Beato Papa Paolo VI nel 1964, San Giovanni Paolo II nel 2000, Benedetto XVI nel 2009 e Papa Francesco nel 2014. Abbiamo sostenuto gli sforzi per costruire le relazioni che oggi esistono tra la Santa Sede e lo Stato di Israele e continuiamo a pregare affinché i negoziati tra le due parti si concludano con accordi definitivi in un prossimo futuro.

In verità abbiamo molto da ringraziare per questi 60 anni!

III. Sviluppi

9. Negli anni che seguirono la fondazione, l’Opera di San Giacomo si é sviluppata e adattata alle nuove circostanze affrontando anche molte sfide. Nel 1957, Papa Pio XII ha dato il permesso all’Opera di San Giacomo di celebrare gran parte della messa latina in lingua ebraica, molto tempo prima che alla Chiesa venisse dato il permesso di pregare in lingua volgare, sulla scia del Concilio Vaticano II. Dopo tutto, anche se l’ebraico é la nostra lingua quotidiana, non possiamo dimenticare che é anche la lingua dei profeti e di tutto il popolo dell’antico Israele. Il rito della messa in lingua ebraica e’ stato pubblicato dopo le riforme liturgiche ed é in uso sin da allora. Un altro importante traguardo é stato raggiunto nel 1976, grazie alla pubblicazione della traduzione del Nuovo Testamento in lingua ebraica moderna, uno sforzo a cui i membri dell’Opera di San Giacomo hanno contribuito a fianco dei Protestanti e degli Ebrei Messianici.

Dopo la prima fondazione nel 1955 a Giaffa, altre kehillot (comunità parrocchiali) sono state istituite in altre città israeliane – a Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva. Oggi ci sono kehillot anche a Latroun, Nazareth, Tiberiade. Pastori coraggiosi e costanti hanno lavorato alacremente per radunare i fedeli e rafforzare la vita delle comunità.

Considerando che molti dei padri e delle madri fondatori e dei primi pionieri hanno già raggiunto la Gerusalemme celeste, una nuova generazione di sacerdoti, religiosi e religiose e laici si sono sentiti chiamati a continuare quest’opera cercando di edificare la Chiesa in Israele. Sulle solide fondamenta stabilite dalla prima generazione, l’opera continua a sviluppare la liturgia in lingua ebraica, a comporre musica ebraica, tradurre gli insegnamenti della Chiesa, insegnare catechismo, scrivere libri, svolgere il dialogo e testimoniare in ebraico la nostra fede. Oggi, i cattolici di lingua ebraica hanno sette centri in Israele dove si tengono liturgie, classi di catechismo, seminari di formazione per adulti, campi estivi per i bambini cattolici, week-ends per le famiglie, attività giovanili e sensibilizzazione sociale per i poveri e i bisognosi.

10. Nel 1990, il Patriarca Latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, nominò Padre Jean-Baptiste Gourion OSB Vicario del Patriarcato, un riconoscimento che denota l’importanza dell’Opera di San Giacomo. Questo é stato il primo passo per la creazione di un Vicariato all’interno del Patriarcato, in concomitanza con i Vicariati geografici della Giordania, Palestina, Israele e Cipro. Padre Gourion fu ordinato vescovo nel 2003, un altro passo importante nel processo di integrazione del Vicariato nella Chiesa locale e universale.

Il 1° gennaio 2013, il Vicariato San Giacomo per i Cattolici di Lingua Ebraica in Israele ha ricevuto gli Statuti dalla Santa Sede, approvati da Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca Latino di Gerusalemme, e dai suoi Vicari, sottolineando la sua particolare identità e missione. Secondo questi Statuti, é di competenza del Patriarca Latino nominare il Vicario secondo le norme stabilite dal Diritto Canonico, il Vicario, confermato dalla Santa Sede, quindi assume la responsabilità del Vicariato.

Oggi, il Vicariato porta avanti la missione dell’Opera di San Giacomo e continua a promuovere la sua visione e i suoi obiettivi, una visione e un piano pastorale per tutti i cattolici che vivono all’interno della società ebraica israeliana. Questi Statuti determinano la giurisdizione e gli obiettivi del Vicariato:

- garantire la continuazione della missione dell’Opera di San Giacomo.

- preservare e rafforzare la fede cattolica in Israele, in particolare tra i fedeli di espressione ebraica e tra tutti coloro che vivono nella società ebraica israeliana, e aiutare l’integrazione dei fedeli nella società israeliana;

- organizzare e promuovere la pastorale, la vita parrocchiale e sacramentale, e le attività sociali dei cattolici di lingua ebraica in Israele;

- curare l’evangelizzazione e la formazione catechetica dei lavoratori migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, e dei migranti che vivono nella società ebraica israeliana da lungo tempo e che sono ormai diventati immigrati di lingua ebraica, e in particolare curare la formazione dei loro figli che sono ormai integrati nel sistema scolastico israeliano.

IV. Sfide

Le sfide che il Vicariato si trova ad affrontare oggi offrono un profilo di chi siamo, della nostra missione e verso dove ci stiamo dirigendo.

11. Adorare il Signore: La nostra vocazione come kehilla é quella di formare le comunità ad essere oasi di preghiera e di gioia. Centro di ogni comunità é la Celebrazione Eucaristica domenicale. Guidata dalla Parola e nutrita dal Pane di Vita e dal Calice della Salvezza, la comunità é il luogo dove i fedeli si ritrovano per ricaricarsi spiritualmente e dal quale poi ritornano nel mondo per essere testimoni coraggiosi, coerenti e gioiosi della risurrezione. La nostra missione principale é quella di custodire la comunità, di aiutarla a crescere, di arricchirla con i doni di coloro che la servono e nella quale si riuniscono: sacerdoti, religiosi, consacrati, laici, anziani, famiglie, giovani e bambini. Ognuno ha un dono da offrire e la comunità viene rafforzata accogliendo tutti e riconoscendo i loro doni. Ci raduniamo con lo stesso desiderio: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario” (Salmo 27,4). Quando ci raduniamo formiamo, in modo molto tangibile, il Corpo di Cristo nel cuore del mondo in cui viviamo.

12. Credenti in Gesú Cristo che parlano ebraico: Fin dall’inizio, i fondatori e i pionieri si misero all’opera per facilitare la vita dei fedeli all’interno della società di lingua ebraica. Grati per il lavoro di coloro che hanno iniziato quest’opera e per tutto ciò che hanno compiuto, questo compito continua ancora oggi. Fino al 1955 nessuna comunità cattolica aveva mai usato la lingua ebraica nella liturgia. La sfida quindi non é solo quella di tradurre la liturgia cattolica, la dottrina della Chiesa, la teologia, la spiritualità e il catechismo nell’ebraico moderno, che é una grande sfida in se stessa, ma di trovare un modo di esprimere il cristianesimo in termini ebraici che siano allo stesso tempo autentici e comprensibili.

Questa é una duplice sfida. Da un lato, l’espressione ebraica della fede cristiana cerca le sue radici nei testi ebraici del popolo giudaico, in particolare nel Vecchio Testamento (Tanakh). Questo tentativo crea una relazione non solo con la Bibbia ma anche con i testi rabbinici, testi medievali e moderni, in modo che l’espressione della fede cristiana in ebraico non sia fedele solo alla tradizione cristiana ma si senta a casa anche negli idiomi ebraici.

D’altra parte, la fede cristiana espressa in ebraico deve avere senso anche per i giudei chi parlono ebraico, religiosi e non, con i quali viviamo. Fratel Yohanan Elihai, uno dei giganti in questo settore, ha scritto: “Noi non possiamo piú pregare come abbiamo fatto nel passato in Europa. É quindi necessario esprimere la nostra fede in modo che non tragga in inganno gli ascoltatori israeliani (o coloro che leggono i nostri libri di preghiera e i nostri scritti). (...) Inoltre, noi possiamo essere un esempio di ritorno alle origini - alla Tanakh, al pensiero semitico dei primi discepoli – per i cristiani del mondo” (Notre qehilla dans l’Eglise universelle, 2004).

13. Vivere nel cuore della società ebraica: La preghiera e la vita comunitaria in ebraico come cristiani cattolici che vivono in un ambiente giudaico, definiscono i parametri della nostra vita e del nostro pensiero. Alcuni di noi sono ebrei per l’identità, l’origine, la storia e la cultura. Alcuni vivono la fede apertamente e pubblicamente; altri invece esprimono la loro fede con discrezione e privatamente. Alcuni, che non sono ebrei, sono diventati cittadini israeliani, residenti permanenti, che hanno scelto di vivere qui, profondamente connessi con la cultura, la storia e la tradizione ebraica e giudaica. Noi siamo una parte della popolazione ebraica in Israele a tutti gli effetti. Mentre non facciamo alcuna distinzione tra Ebrei e Gentili nella vita delle nostre comunità, prestiamo particolare attenzione all’ambiente guidaico nel quale le nostre comunità vivono, respirano e si esprimono.

Una “chiesa” nell’ambiente giudaico, particolarmente sensibile alla vita spirituale del popolo ebraico, ricorda la prima “comunità”, la chiesa dei primi discepoli di Gesú. La Chiesa di Gerusalemme nell’ambiente giudaico era molto debole in particolare dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio avvenuto nel 70 AC, fino a scomparire del tutto, incorporata nella Chiesa dei Gentili. Oggi, una chiesa all’interno dell’ambiente giudaico restitutisce una dimensione mancante all’universalità del Corpo di Cristo, assicurando un rinnovato vigore alla comunità dei credenti. Siamo chiamati ad essere un costante richiamo alla Chiesa delle sue origini ebraiche. Come ha detto Papa Benedetto XVI ai membri delle kehillot durante la sua visita a Nazareth nel 2009, “In questo luogo dove Gesú stesso crebbe in età e imparò la lingua ebraica, saluto i cristiani di lingua ebraica, un promemoria per noi delle origini ebraiche della nostra fede” (Omelia nella Basilica dell’Annunciazione, 14 maggio 2009). Inoltre, noi siamo chiamati a dare costante testimonianza dell’unità fondamentale del Vecchio e del Nuovo Testamento e della fedeltà di Dio al suo popolo.

14. Una comunità cattolica israeliana di credenti in Gesú, che vive integrata nella società ebraica israeliana, funge da ponte per la guarigione e la riconciliazione tra ebrei e cristiani nella terra di Gesú. Cerchiamo di far conoscere Gesú di Nazareth come un figlio di questa terra e del popolo ebraico. E’ importante ripristinare il Nuovo Testamento al suo posto nella letteratura ebraica del periodo del Secondo Tempio. Siamo anche chiamati ad essere portavoce di lingua ebraica per la Chiesa che esprime il suo insegnamento di rispetto per il popolo ebraico e il suo contributo per il risanamento di un mondo lacerato. Così ha dichiarato l’Instrumentum laboris del Sinodo Speciale dei Vescovi per il Medio Oriente: “Poiché é debole la presenza di cristiani in lingua ebraica, anche se i media civili ebraici hanno una certa apertura verso i temi cristiani, si vede la necessità di formare cristiani di lingua ebraica da impiegare nel settore dei media” (Instrumentum laboris (2010), 83). Questo si realizza attraverso il coinvolgimento di cattolici professionisti di lingua ebraica in tutte le sfere della società civile, in particolare nell’educazione, nei media e nell’attivismo sociale.

Storicamente, i membri delle kehillot hanno professato la loro fede nella discrezione e nell’umiltà. Questa umiltà é un prerequisito per la guarigione così tanto bisognosa dopo tanti secoli di ostilità e animosità tra ebrei e cristiani. Quando viene ripristinata una relazione di fiducia, ebrei e cristiani possono guardare con fiducia all’altro e rivedere il posto di Gesú Cristo nella storia di salvezza. Quando veniamo interrogati sulla nostra fede, ci fanno da guida le parole di Pietro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che é in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pietro 3,15).

15. Vivere nel cuore della Chiesa locale: Noi siamo membri della Chiesa locale a tutti gli effetti. Il nostro Vicariato fa parte del Patriarcato Latino di Gerusalemme dove troviamo il nostro posto all’interno della grande diversità di cattolici che questo Patriarcato rappresenta. Tra i Vicariati di Israele, Giordania, Palestina e Cipro, il Vicariato San Giacomo per i Cattolici di Lingua Ebraica in Israele dà il suo contributo alla vita della Chiesa ed é sostenuto dalla stessa.

Siamo tutti invitati a riflettere sul fatto che Dio Onnipotente ha piantato il seme della fede in Cristo sia nel terreno palestinese (e arabo), come nella società israeliana. Questo fatto, ha particolare significato per la vocazione dei discepoli di Cristo che, nonostante separati dalle mura di ostilità a causa del conflitto in corso, sono uniti dalla fede in Cristo? Le parole dell’apostolo Paolo assumono un nuovo significato nel nostro contesto: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia” (Efesini 2,14-16).

Insieme, nonostante i muri dell’inimicizia, perché “Egli é la nostra pace”, i discepoli di Cristo che parlano ebraico e arabo, sono chiamati a dimostrare che la giustizia, la pace e l’uguaglianza sono possibili anche nella nostra terra. La nostra vita di fede deve mostrare le alternative alla guerra e alla violenza, al disprezzo e alla discriminazione, coinvolgendo l’altro come fratello e sorella. I discepoli di Cristo possono essere un ponte tra il mondo palestinese (e arabo) e quello israeliano. Non possiamo approvare l’ingiustizia ma dobbiamo essere sensibili alle ingiustizie ovunque siano presenti, soprattutto nella nostra società. Come discepoli di Cristo, dobbiamo predicare il perdono perché abbiamo un’esperienza personale di cosa vuol dire essere perdonati pur essendo peccatori.

Particolarmente significativo in questo senso é il fatto che le nostre kehillot di lingua ebraica sono case anche per cristiani arabi palestinesi cittadini di Israele, che per diverse ragioni risiedono nei quartieri di lingua ebraica. I loro figli crescono nelle nostre comunità e noi li accogliamo a braccia aperte. La nostra vita comunitaria condivisa e la nostra unità in Cristo possono diventare parte integrante della nostra testimonianza di pace, di rispetto reciproco e di riconciliazione in questo paese.

16. Comunità aperte che accolgono tutti: Abbiamo una identità, delle radici e un contesto particolare che ci spronano a costruire comunità aperte a tutti coloro che cercano Cristo e che vogliono seguirlo nel contesto israeliano di lingua ebraica. Abbiamo accolto ondate di aliyah (immigrazioni) e in mezzo a noi ci sono molti olim (nuovi immigrati) che parlano russo e che si radunano nelle comunità per celebrare la liturgia nella lingua del loro paese di origine. Sono nostri fratelli e sorelle che professano la nostra stessa fede e che affrontano le stesse sfide.

Oggi Israele é un paese che attrae molte persone in cerca di lavoro e di asilo. In Israele, non ci sono solo centinaia di cattolici di origine ebraica che, insieme ai cattolici non ebrei, si radunano nelle kehillot di lingua ebraica, ma anche decine di migliaia di lavoratori migranti cattolici e di richiedenti asilo i cui figli si sono ormai integrati nel sistema scolastico ebraico.

Papa Benedetto XVI, nella sua esortazione alla Chiesa in Medio Oriente, ha parlato del luogo dei migranti nella Chiesa locale: “In quanto Pastore della Chiesa universale, mi rivolgo qui all’insieme dei fedeli cattolici della regione, i nativi e i nuovi arrivati, la cui proporzione si è ravvicinata in questi ultimi anni, giacché per Dio non vi è che un solo popolo, e per i credenti, che una sola fede! Cercate di vivere rispettosamente uniti e in comunione fraterna gli uni con gli altri, nell’amore e nella stima reciproci, per testimoniare in maniera credibile la vostra fede nella morte e risurrezione di Cristo! (Ecclesia in Medio Oriente (2012), 36).

In Israele, i migranti vivono nello stesso ambiente ebraico in cui viviamo noi. Ciò significa che essi non solo sono nostri fratelli e sorelle nella fede, ma che noi, chiesa di lingua ebraica in Israele, abbiamo una speciale responsabilità nei loro confronti. É lodevole vedere come le nostre comunità si sono aperte ad accogliere questi nuovi fratelli e sorelle, molti dei quali asiatici e africani, che ci arricchiscono con la loro vitalità e nello stesso tempo il nostro lavorare in mezzo a loro diventa per noi una sfida. La maggior parte di questi migranti non sono di lingua ebraica, ma il Coordinamento per la Pastorale dei migranti del Patriarcato latino di Gerusalemme lavora a stretto contatto con il Vicariato San Giacomo per i Cattolici di Lingua Ebraica in Israele. Ci sono già sacerdoti, consacrati e laici del Vicariato che sono molto impegnati nel Coordinamento per la Pastorale dei migranti. Questi due organismi lavorano insieme per il futuro della Chiesa nella società giudaica israeliana di lingua ebraica.

17. Trasmettere la fede alle nuove generazioni: Senza dubbio, una delle sfide piú importanti é quella di trasmettere la fede ai nostri figli. Mentre guardiamo al futuro, dobbiamo raccogliere questa sfida. La questione centrale é: come creare le circostanze in cui i nostri figli possono incontrare il Signore Risorto? Come costruire comunità che siano oasi per i nostri giovani che cercano la loro strada nel mondo in cui vivono? Come attirare questi giovani a pensare seriamente alla possibilità di credere e praticare la fede anche quando vivono nella società secolare israeliana di lingua ebraica?

Dobbiamo ammettere che in questi sessant’anni della nostra esistenza non siamo sempre riusciti a trasmettere la fede alle nuove generazioni. Guardando alla storia degli ultimi 60 anni, un fatto sorprendente é che non abbiamo quasi nessuna continuazione di generazione tra i cattolici di lingua ebraica nelle nostre comunità. Tentati di assimilarsi nella società laica ebraica in cui viviamo, alcuni fedeli nascondono la loro identità cristiana, adottano abitudini ebraiche e a volte si convertono anche al giudaismo. Il processo di assimilazione ha ancora maggior successo con i nostri figli che vengono educati nel sistema scolastico laico israeliano, con quasi nessuna esposizione alla fede cristiana e alle tradizioni dei loro genitori. Questo accade in particolare nell’esercito israeliano dove i nostri giovani sono incoraggiati a entrare nella “corrente” principale convertendosi al giudaismo.

Mentre celebriamo questi 60 anni di vita, vediamo necessario un nuovo impegno di formazione dei nostri fedeli nel loro contesto particolare, soprattutto dei bambini e dei giovani. Questo lavoro si deve realizzare attraverso il sostegno alle nostre famiglie. É nella famiglia che il bambino riceve dai suoi genitori la fede e le nozioni religiose dei credenti. I nostri bambini sono al centro delle nostre comunità per questo dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi e i nostri impegni nel catechismo, nei campi estivi, nella pubblicazione di libri e di altro materiale per i bambini e per i giovani, nella formazione di giovani animatori, creando occasioni dove i nostri giovani possono conoscere la Chiesa universale. In particolare, dobbiamo imparare il loro linguaggio e conoscere sempre meglio il mondo in cui vivono in modo che il nostro linguaggio e la trasmissione della fede possano rispondere sempre meglio alle loro necessità.

18. Raggiungere gli altri credenti in Cristo nel nostro ambiente: Il tentativo di rispondere a queste sfide in modo efficace, ci porta ad aprirci al dialogo fraterno con gli altri credenti in Cristo che vivono nei nostri ambienti. Oggi, in Israele, decine di migliaia di russi ortodossi di lingua ebraica, migliaia di ebrei messianici, così come etiopi ortodossi, protestanti e altri credenti in Cristo, si trovano ad affrontare queste stesse sfide. Sono nostri fratelli nella fede e mentre cerchiamo di edificare il Corpo di Cristo nella società giudaica israeliana di lingua ebraica, siamo invitati tutti insieme a cercare la volontà del Signore, aiutandoci a vicenda a rispondere al suo invito.

V. Verso il futuro

Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e la tua gloria ai loro figli.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rafforza.
(Salmo 90,16-17)

19. La celebrazione di un anniversario é anche un tempo di nuovo impegno verso la visione ispiratrice e, alla luce della valutazione del presente, é un camminare con fiducia verso un futuro che si apre all’orizzonte. Mentre guardiamo al futuro del Vicariato San Giacomo dei Cattolici di Lingua Ebraica in Israele, delle diverse kehillot e dei fedeli che vivono nel contesto ebraico israeliano, ci rivolgiamo al Creatore per chiedere la sua benedizione, al Signore per chiedere la sua guida e allo Spirito Santo la sua ispirazione.

VI. Preghiera

20. Aumenta la nostra fede, rafforza il nostro impegno, donaci la gioia:

Signore, figlio di questa terra e di questo popolo,
tu che sei risorto dalla morte per donarci la vita,
tu che sei la fonte della gioia,
aumenta la nostra fede,
rafforza il nostro impegno,
donaci la tua gioia,
mentre continuiamo a costruire il tuo corpo, la Chiesa,
nella terra sulla quale hai camminato tra il tuo popolo.

Insegnaci a lavorare per l’unità del tuo corpo in questa terra,
per la guarigione della divisione tra Israele e le Nazioni,
ad essere testimoni di giustizia, pace, riconciliazione e perdono,
a mostrare il tuo volto a tutti coloro che incontriamo.

Te lo chiediamo per l’intercessione di tua e nostra Madre,
Maria, figlia di Sion.

Rev. Padre David Mark Neuhaus SJ
Vicario del Patriarcato Latino
Responsabile del Vicariato San Giacomo per i Cattolici di lingua ebraica in Israele

Gerusalemme, Festa di Santa Edith Stein, 9 Agosto 2015